Caran d’Ache di fronte alla sfida digitale

Caran d'Ache di fronte alla sfida digitale - Una scatola di matite Caran d'Ache

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Caran d’Ache è il termine russo che significa matita e proviene a sua volta dal turco kara tash, che indica la grafite. Proprio la grafite è all’origine di questa storia, poiché fu grazie a questo materiale naturale che nel 1915, a Ginevra, nacque la prima fabbrica elvetica di matite.

In questo post, dopo una breve introduzione descrittiva sullo stabilimento e il metodo industriale utilizzato nella produzione, Susan Misicka passa all’intervista vera e propria rilasciata nel 2015 da Carole Hubscher, presidente del consiglio di amministrazione di Caran d’Ache.

“I Caran d’Ache non si buttano via”

Ho trovato ben focalizzato il commento di Carole riferito alla durabilità e alla resistenza dei suoi prodotti, in particolare quando dichiara “Invece di comprare una scatola completamente nuova all’inizio di ogni anno scolastico, è possibile sostituire solo i colori mancanti o quelli che sono stati più utilizzati. I Caran d’Ache non si buttano via”.

Molto toccanti sono poi le citazioni dello stilista Jeroen van Rooijen, della terapista di psicomotricità Denise Bassan e di Oskar Jenni, direttore del Centro di sviluppo dei bambini presso l’Ospedale pediatrico universitario di Zurigo.

Quando si parla di combinazioni di tecniche vengono coinvolti due noti professionisti delle arti visive.

Il primo a parlare è Robert Lzicar, docente responsabile del programma dei master in design della comunicazione alla HKB di Berna, che fa notare come le matite siano ancora molto in uso, mostrando le opere realizzate dai ragazzi.

“Gli studenti non tracciano una linea di separazione tra analogico e virtuale” osserva Robert “combinano invece qualsiasi metodo funzioni. Conosco un buon disegnatore di poster che usa la matita per la bozza, poi l’inchiostro e quindi scannerizza il disegno e utilizza Photoshop per colorarlo, poiché questo sistema è più rapido e consente di ottenere un risultato estetico migliore. Questo è il tempo in cui viviamo”.

Caran d'Ache di fronte alla sfida digitale - Picasso e Jaques Couelle nel 1960

Anselm Stalder, capo del dipartimento di belle arti alla HKB, è d’accordo “Non credo che ci sia un dualismo tra i cosiddetti vecchi strumenti e le tecnologie digitali di oggi”. A suo avviso, gli artisti sono guidati soprattutto dal desiderio di raggiungere uno specifico risultato e “Il come raggiungere questo obiettivo dipende meno dagli strumenti e molto di più dal nostro atteggiamento e dalla nostra comprensione dello stato dell’arte della nostra professione”.

Tra le altre dichiarazioni di Carole Hubscher ho trovato notevole quella riferita al fatto che, ogni anno, circa 5.000 persone si rivolgono al servizio di riparazione Caran d’Ache. Alcune delle penne ripulite e rimesse a nuovo contano già una durata di vita di diversi decenni.

È difficile prevedere in che modo Caran d’Ache potrà affrontare questo secolo. Carole ha un momento di esitazione quando Susan Misicka le chiede quali innovazioni siano in programma.

Eppure non sembra preoccuparsi troppo del rischio che la gente voglia un giorno abbandonare la scrittura e il disegno a mano.

E tu, sei d’accordo?

Caran d’Ache di fronte alla sfida digitale
Il post completo di Susan Misicka è pubblicato su swissinfo.ch

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